Teatro e Veneto: rinnovarsi e ritrovarsi

Quando incontro colleghe e colleghi, giovani e meno giovani, che lavorano in altre regioni chiedo sempre qual’è la loro percezione del Teatro Veneto: mi stupiva le prime volte vedere sul loro volto un’espressione di vuoto, ora non solo ci ho fatto l’abitudine ma capisco bene il perché.

In questa regione con la bandiera leonina è da parecchi anni che l’Arte Drammatica è in un feudalesimo stagnante dove le compagnie professionali faticano a proporre i loro spettacoli, dove le rassegne vengono definite quasi esclusivamente attraverso scambi, dove i pochi fondi stanziati sono per sostenere quelle realtà che hanno esaurito i contributi culturali nell’epoca d’oro degli anni ‘80 in cui le tournée duravano tre anni.

Nell’ascoltare colleghe e colleghi di Milano o Roma o Napoli o Torino sento come nomi, titoli, festival divengano un linguaggio comune tra loro che esclude automaticamente chi come me lavora in una regione che non ha alcun legame col Teatro d’oggi, se non per la Biennale (che resta un’opera interessante ma ancora troppo rivolta ad addetti ai lavori e con un nullo impatto sul territorio).

“Ogni volta che incontro qualcuno del Veneto, chiedo sempre come faccia a lavorare” dice B. che si è trasferita a Milano da anni e che lì ha creato le radici per la compagnia per cui scrive testi premiati a livello nazionale “io provengo da una città in provincia di Treviso, ho provato a mandare mail per proporre delle cose ma nessuno mi ha mai risposto”. La guardo e sorrido. Nema profeta in patria.

“Ci sono voluti più di dieci anni” le rispondo “per crearmi una progettualità continuativa nel territorio. E chiedere un appuntamento ed ottenerlo è ancora oggi complicato anche per me. Han cominciato a rispondermi adesso alle mail solo perché dietro ho una rete di persone”.

Il paradosso è che il bisogno di Teatro al giorno d’oggi è sempre più alto: siamo in un’epoca che ci sta disabituando alla condivisione, all’incontro con l’altro, al senso di comunità. I linguaggi artistici sono elementi fondamentali per costruire una società che sappia dialogare con sé stessa. Ma le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo dal vivo non possono farlo da soli, c’è necessità di una politica che scelga di investire a lungo termine e che non lasci soli sindaci o assessori illuminati.

D’altro canto però c’è da dire che in Veneto c’è necessità di più coraggio artistico, di più studio e di più occasioni dove poter veramente lavorare a qualcosa di nuovo col rischio anche che non venga apprezzato. Un’esempio lampante sono le nuove drammaturgie: quei pochi ragazzi nati e cresciuti qui (quasi nessuna ragazza, purtroppo) hanno avuto riconoscimenti importanti in altri luoghi. Io stessa ho ricevuto menzioni e premi per progetti esclusivamente da realtà di altre regioni che non mi conoscevano. Questo è un segnale pericoloso per il futuro del teatro nella regione che lo ha reso “lavoro” grazie la rivoluzione goldoniana.

“Quindi che si fa? Si molla?”

Ogni tanto, lo ammetto, si pensa di farlo.

“Claudia, non è il momento di mollare adesso” mi ha detto la mia Maestra. E i maestri (quelli veri) vanno seguiti.

“Quindi che si fa?”

Non si molla.


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